Gianduja: la maschera astigiana per Carnevale

Gianduja: la maschera astigiana per Carnevale

A Carnevale ogni scherzo vale, almeno così si dice, l’importante è che sia divertente e faccia ridere sia chi lo fa sia chi lo riceve. Quest’anno il clou delle festività carnevalesche è concentrato nell’ultimo weekend di febbraio, fino al 28 febbraio (martedì grasso).
Durante gli appuntamenti i colori di questa festa dipingono i paesi per un quadro che fa vivere, a chi lo guarda, emozioni forti di allegria, divertimento, spensieratezza. I protagonisti sono il folklore, i carri allegorici che, in modo scherzoso e caricaturale, mettono in piazza le tematiche principali della società di ieri e di oggi, ai quali si aggiungono gli scherzi, i costumi e la rappresentazione delle maschere della tradizione. E, tra queste, ce n’è una in particolare che è nata nel territorio astigiano: la maschera di Gianduja.

GIANDUJA: ORIGINI ASTIGIANE DOCG

Una maschera nata dalle vicissitudini di due personaggi che, nella loro vita, ne hanno viste e vissute di tutti i colori, nel loro fare sognante ma molto legato alla realtà, raccontata tramite la satira delle marionette.
Gianduja, maschera popolare torinese dalle origini astigiane, ha una storia che inizia alla fine del  1700. Il nome, in italiano, significa “Giovanni del boccale”, anche se le diatribe concettuali non mancano. Nasce dalla fantasia dei burattinai Gioacchino Bellone di Oja (Frazione di Racconigi) e del torinese Giovanni Battista Sales che, affascinati dal talento di Umberto Biancamano, famoso burattinaio di Torino noto anche come Gioanin dj’ Osej (Giovannino degli uccelli), iniziano a mettere in scena anche loro la società del tempo, facendo una sottile satira verso i potenti di inizio ‘800.
La loro fama si diffuse presto ed iniziarono ad esibirsi in varie piazze d’Italia ma, a Genova, il loro spettacolo della marionetta Gironi non venne apprezzato dal doge Gerolamo Durazzo che si sentiva ridicolizzato davanti al suo popolo. I due furono costretti a lasciare la città ligure, il loro teatrino venne bruciato ma, prima di andarsene, riuscirono a farsi intagliare nuovi burattini dal celebre Pittaluga, e, con i personaggi i due tornarono a Torino e in via Dora Grossa (attuale via Garibaldi) ripresero la loro satira con la “La storia di Artabano I, Tiranno del Mondo, con Gerolamo suo confidente e re per combinazione”. Ma anche qui arrivarono i guai: il reverendo Baudissone, che controllava le licenziosità della città, interpretò la storia di Artabano come una grave accusa verso il fratello di Napoleone che si chiamava Gerolamo… Ed arrivò così una nuova accusa di “lesa maestà” ed il tribunale li condannò a morte. I due burattinai riuscirono a scappare dalle Torri Palatine e si rifugiarono in Provincia di Asti, a Callianetto, con l’aiuto della famiglia De Rolandis di Castell’Alfero, in una cascina chiamata “’l Ciabòt ëd Giandoja” che, ancora oggi, è meta turistica.
E qui inizia la storia di Gianduja, burattino diventato poi maschera allegorica. Infatti nella nuova storia scritta da Sales e Bellone, il personaggio Gironi diventa Gianduja, un burattino dalla parlata e dal carattere tipicamente piemontese, pronto a portare avanti le idee del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, con il suo fare sornione e sincero.

GIANDUJA: UN BURATTINO DIVENTATO MASCHERA
La chiara critica alla politica del tempo era anche rappresentata dalla stessa figura del burattino che, pian piano, divenne maschera allegorica dal viso rubicondo, con una parrucca dotata di codino all’insù e, con in mano, un boccale di vino. Il giubbotto marrone orlato di rosso, il panciotto giallo, i calzoni verdi fino al ginocchio, le calze rosse e le scarpe basse con fibbia d’ottone, disegnano un abbigliamento particolare e vistoso, impreziosito dalla coccarda tricolore posta sul tricorno, simbolo di un’Italia nuova che raggiungerà l’Unità nel 1861.
Grazie alla fantasia dei suoi creatori, Gianduja diventa ben presto un personaggio anche nella letteratura e sulle pagine dei giornali satirici e, durante il periodo di Carnevale, diverse persone lo fanno rivivere, entrando nei suoi panni.
Ancora oggi si rende omaggio a questa figura dal fare allegro e spensierato, ma fedele e coraggioso. Gianduja è accompagnato dalla sua compagna Giacometta, che simboleggia la saggezza delle donne piemontesi, e, insieme, si recano presso i più bisognosi per dare conforto con caramelle avvolte nel cartoccio che ha, come simbolo, il tricorno delle Armate Piemontesi alle quali si deve l’Unità d’Italia. Dal nome della maschera deriva anche il tipico cioccolatino torinese detto “Giandujotto”, deliziosa leccornìa al cioccolato, simbolo di una città dove vennero scritte le prime pagine dei geniali Bellone e Sales.

Livio Oggero