Intervista a Emanuele Caruso: il regista narratore

Intervista a Emanuele Caruso: il regista narratore

Fare il regista è sicuramente un lavoro che non viene considerato “comune”. Cercare di comunicare un concetto tramite l’arte cinematografica è quasi una vocazione, un modo per lasciare frasi indelebili nella mente delle persone, un insegnamento sottile che pervade la mente e che tramanda tradizioni, anche attraverso le emozioni. Emanuele Caruso, 32enne albese, fa parte di quella schiera di persone (e personaggi) che ha intrapreso questa strada, difficile, tortuosa, impegnativa ma ricca di emozioni e crescita. La sua è una crescita continua ma ha già alle spalle un film di successo e guarda al futuro con la giusta determinazione e la voglia di fare bene, anche per il suo territorio di nascita.

La passione per il cinema come è nata?
«E’ nata intorno ai 15 anni guardando molti film alla tv. Ho iniziato a vederli con un occhio che andava oltre l’immagine. Mi piaceva già capire come erano prodotti, il perché della trama, la visione del regista nello spiegare un argomento. Amano in particolare Bud Spencer e Terence Hill ed il grandi classici. In adolescenza ho iniziato a fare i primi corti per la scuola, a montarli, e così mi sono appassionato talmente che mi sono iscritto all’Accademia Nazionale del Cinema a Bologna, dove mi sono poi diplomato».

A 21 anni ha realizzato il suo primo cortometraggio dal titolo “Una scelta di Vita”, un titolo quasi premonitore per quello che sarebbe stato il suo lavoro?

«Vista oggi con gli occhi di ieri direi di sì. Ovviamente ai tempi non ci pensavo, ero solo all’inizio. E’ stato il primo corto e poi ce ne sono stati gli altri, per poi arrivare ai documentari ed al primo film. Una Scelta di vita è stato il frutto dei tempi: mi piace da sempre raccontare una storia di gruppo, fatta di contrasti. In quel caso un gruppo di persone stavano scappando dalla guerra e tutto il cortometraggio ruota intorno alla figura di un soldato ferito e della scelta umana di salvarlo o lasciarlo al suo destino. Mi sono sempre interrogato sugli effetti della psiche nella situazioni critiche della vita, è una mia caratteristica».

Dopo il diploma inizia la fase della produzione e della partecipazione ai vari Film Festival: come ha vissuto quel periodo della sua vita?
«Un passaggio fondamentale perché mi ha insegnato cosa “non era il cinema”: ho imparato dai miei errori fatti nei cortometraggi. Bisogna essere umili: da uno sbaglio nasce sempre un insegnamento, e per me questo è l’unico modo per migliorare. Guardando i titoli di coda dei film mi sono poi reso conto che servono tante persone per realizzare un film: al tempo non avevo questa percezione, poi, provandolo sulla mia pelle, mi sono accorto che il film è come un puzzle dove tutti i tasselli devono essere perfettamente uniti per ottenere il risultato finale positivo».

Nel 2012 “E fu sera e fu mattina” viene prodotto in crowdfunding con un budget di 70 mila e nel 2014 ha un buon successo. Per lei cosa rappresenta questa pellicola?
«Per me è stato il punto di svolta abbiamo girato questo film anche per capire se il cinema doveva rimanere sono un gioco o poteva diventare un lavoro. Quando è uscita la pellicola non avevo molte aspettative, invece un insieme di fattori ha portato ad un successo insperato che mi ha permesso di presentare il film in diverse nazioni e di arricchire il mio bagaglio culturale. E’ stato bello vedere le sale dei cinema piene e confrontarmi con la gente».

A che punto siamo con i nuovi progetti?
«Il mio secondo film dal titolo “La terra buona” è praticamente finito. Lo abbiamo realizzato con un costo che, a risultato finito, dovrebbe aggirarsi sul 200 mila Euro. E’ un film più maturo, più ambizioso e durerà circa 100 minuti. L’uscita nelle sale è prevista per giovedì 1 marzo 2018.
«E’ una storia vera che nasce nel periodo in cui stavo girando il primo film. La tematica della ricerca per trovare una cura per le malattie particolari si ispira all’esperienza di mia zia, mancata di tumore nel 2013. Affronto un tema delicato per capire che ci vuole equilibrio nell’approcciare questo mondo della ricerca che ha una parte sommersa ignorata e che io cerco di fare emergere. Nei miei film non do soluzioni ma pongo domande. E’ un film per chi sta cercando e che ha voglia di trovare soluzioni».

Con i suoi film che cosa vuole raccontare, al di là della trama di ogni film: che cosa vuol dire per lei essere un regista?
«Credo che sotto la superficie che viviamo ci sia una spiritualità che ci può fare vedere l’esistenza diversamente. Mai fermarsi al primo strato delle cose. Mi piace interrogarmi sull’aspetto più spirituale di un pensiero e cerco di esprimerlo attraverso il mio lavoro. Un film deve piacere al pubblico, interessarlo, non è solo la visione nuda e cruda del regista: la mano del regista si deve vedere ma il film deve trasmettere emozioni reali, concrete attraverso le situazioni descritte nella trama. Per me essere regista vuol dire raccontare una storia nel modo più reale e coinvolgente possibile».

Emanuele Caruso quando sveste i panni del regista, che uomo è?
«Doppia risposta: oltre che regista devo vestire i panni del produttore, ho imparato a mediare tra il mio ruolo artistico e quello produttivo. La vera difficoltà è portare un gruppo di persone, che sono fondamentali per il mio lavoro, a scendere a compromessi per realizzare l’idea guardando l’aspetto economico. I momenti di sconforto non mancano ma la passione ci fa andare avanti, e devo dire che la perseveranza e la pazienza ci hanno dato finora ragione. Se penso a me stesso sono un uomo a cui piace la tranquillità dei posti come quelli di montagna, il relax, il gioco delle carte».

Lei è albese di nascita, come considera il territorio diventato Patrimonio Unesco da qualche anno?
«Io vivo nel territorio più bello del mondo, orgoglioso di stare ad Alba e di girare tra le colline di Langhe e Roero. Alba è il centro economico del vino e del tartufo ma secondo me le Langhe sono diventate Unesco soprattutto per i loro paesaggi che, tra Bassa e Alta Langa, sono unici. A mio avviso ci vorrebbe maggiore sensibilità anche per certi aspetti sui quali bisognerebbe investire. Ad esempio in Alta Langa ci sono paesi con una storia unica, affascinanti e particolari. Ho avuto la fortuna di vedere già molti luoghi nel mondo, ma come certi scorci in quelle zone mai. Sicuramente gli addetti ai lavori ci accorgeranno di certi aspetti per migliorare ancora di più l’offerta di un territorio già molto conosciuto».

Un consiglio a chi ama il cinema e vorrebbe che diventasse il proprio lavoro.
«Il cinema in Italia è in crisi, e se si ha la possibilità di andare fuori è più facile cercare di lavorare in questo campo. Mi dispiace dirlo ma è così. Se si resta si deve combattere contro una crisi di incassi ed avere pazienza che questo periodo si evolva in meglio. Penso che il cinema attuale in Italia stia facendo la sua selezione:  non vengono fuori i più bravi ma i più determinati ed i più umili, e per me è un aspetto positivo perché fare cinema è un lavoro difficile, e solo dagli errori si rinasce per poi farlo diventare la professione della vita».