Giacomo Oddero: una vita a servizio del territorio

Giacomo Oddero: una vita a servizio del territorio

Per raccontare Giacomo Oddero non basta una vita. E gli anni all’anagrafe iniziano ad essere importanti: 91, tutti passati a servizio della valorizzazione del territorio, una passione diventata quasi una missione, un compito che aspetta a pochi “predestinati”. E tra questi pochi eletti c’è sicuramente il barolista, il farmacista, il leader, tutti vestiti che Giacomo Oddero ha indossato nella sua vita. Vino, tartufi, opere pubbliche, miglioramento del territorio, sono alcuni degli aspetti di cui si è occupato, ottenendo risultati positivi grazie ad una lungimiranza che l’ha sempre contraddistinto. In questa intervista, che potremmo definire forse “traguardi di vita”, cerchiamo di conoscere Giacomo Oddero ripercorrendo i suoi decenni di vita.

Si dice che al raggiungimento di ogni decennio di vita si tagli un traguardo importante. Proviamo a partire dall’inizio della sua vita. Chi era Giacomo Oddero da bambino, diciamo a 10 anni?
«Sono nato a Santa Maria nella casa paterna dove sto trascorrendo tuttora la mia vecchiaia. I ricordi da bambino sono legati agli anni della scuola che, al tempo, era ancora a Santa Maria ed era formata da multi classi. Che bello il suono della campanella alle 7.30, che apriva la giornata, e quella delle 8 che sanciva l’inizio delle lezioni. Ero un bambino fortunato: ho fatto l’asilo dalle suore Luigine e le elementari nel mio paese, concluse poi ad Alba (la 5ª Elementare) nel collegio Maiolo. Sorrido a pensare anche a mia cugina Liberina Oddero che mi accompagnava quando ero piccolo. Lei aveva 12 anni più di me. Poi crescendo continuai gli studi: non c’erano le scuole Medie, bisognava scegliere già un indirizzo, ed io, consigliato dal  Parroco, optai per gli studi classici. Tra i miei compagni, tutti grandi uomini nella vita, c’era anche don Paolo Tablino, un grande sacerdote che ha saputo fare del bene con le sue Missioni in paesi dove la miseria dilaga ancora oggi».

A 20 anni oggi si diventa ragazzi, ai suoi tempi era meglio dire uomini: che cosa ci può dire di quel periodo della sua vita?

«Nel 1946 era da poco finita la guerra ma i ricordi degli anni del conflitto sono ben chiari nella mia mente. Ricordo la non democrazia, le retate da parte dei tedeschi contro i partigiani, l’obbligo di dire a scuola “W il Duce”, le minacce di alcuni professori se non si rispettavano le regole imposte dal Fascismo. Un periodo brutto per chi l’ha vissuto. Noi in campagna ce la siamo sempre cavata ma Alba ha vissuto momenti di tensione, anche per i bombardamenti. Ricordo l’episodio di cinque studenti del nostro Liceo che furono portati a Roma, processati e condannati a 5 anni di carcere, poi liberati dagli americani. Durante una lezione di educazione fisica non risposero al saluto al Duce per ben tre volte ed il professore denunciò l’accaduto. Questo per dire come in quegli anni la sola ragione era quella di chi era al potere. Ricordo i “sabato fascisti” con il prof. Grasso tra i capi. E poi c’erano gli esempi che io consideravo giusti, tra cui la prof.ssa Lucia Marchiaro che ci insegnava inglese e che ci faceva vedere come Londra fosse un esempio di democrazia, pur essendo considerata dai Fascisti come la “perfida Albione”. Abbiamo superato anche quegli anni».

Nel 1956 eccoci ai 30 anni. Cosa faceva e come si è sentito in quel momento della sua vita?

«Negli anni ’50 ho iniziato la mia attività di farmacista acquistandone una con il dott. Degiacomi e lavorando con mia moglie che era anche lei farmacista. In quel periodo, dopo la scomparsa di mio padre a soli 58 anni, insieme a mio fratello ripristinammo la vecchia cantina, i vigneti, e tutte le strutture per poter salvaguardare la terra. In tutto questo vedevo un avvenire più sicuro per queste terre che poi, infatti, risorsero e sappiamo ora come la vitivinicoltura delle Langhe e del Roero sia apprezzata nel mondo. Sentivo le lamentele della gente sulla viticultura non protetta e pensavo di fare qualcosa per il territorio. Entrai in una lista civica per le elezioni comunicali a La Morra e mi fecero sindaco».

A 40 anni lei è stato sindaco di La Morra dal 1965 al 1970: siamo nel 1966, come si viveva nella Langa in quel periodo?
«Negli anni ’60 la gente cercava di fare bene per il territorio. La mentalità generale è sempre stata quella di non sprecare, anzi di salvaguardare, con sacrifici e rinunce, ma l’essenziale non mancava di certo: non si moriva di fame nelle nostre terre. In quel periodo cercavo di stare attento alle lamentele della gente sulla situazione della vitivinicoltura: praticamente gli agricoltori non avevano gli strumenti per trasformare l’uva in vino, ed erano l’anello più debole della catena, in mano ai commercianti. Cercai di impegnarmi come uomo politico nel mettere in pratica da Legge Desana del 1963, che disciplinò le produzioni di vino in fatto di DOC. Fu un grande passo che molti capirono con gli anni. Ricordo ad esempio la grande affluenza di sindaci della zona del Barolo nel grande convegno a La Morra, organizzato da me per parlare di questo fondamentale argomento. Sono contento ancora oggi se penso alle prime 30 richieste che vennero fatte come Camera di Commercio al Governo a Roma. Ho sempre cercato di fare capire come la voglia di imparare per stare al passo con i tempi sia di fondamentale importanza per valorizzare le eccellenze delle nostre terre».

50 anni: un’età importante per un uomo. Gli anni ’70 inaugurano un periodo ricco di incarichi: presidente Acquedotto, Camera di Commercio Cuneo, assessore provinciale all’Agricoltura, giusto per citarne alcuni. Come ha lavorato in quegli anni e nei decenni successivi?
«Partiamo dall’Agricoltura: in quel periodo ho capito come era diversificata l’agricoltura in Provincia di Cuneo e che c’erano differenze significative tra zona e zona. Per stare nel campo del vino pensiamo alla questione delle trattative per il prezzo del Moscato: partecipai a diverse manifestazioni e, in quella a Santo Stefano Belbo, fui caricato dalle Forze dell’Ordine e portato sulla camionetta con altri. La situazione si sbloccò grazie agli industriali che iniziarono le trattative solo dopo la nostra liberazione. Questo per dire come la tensione non mancasse neanche nelle nostre zone.
Di quegli anni l’opera di cui vado più fiero è quella della costruzione dell’Acquedotto delle Langhe. Era il 1973 e Mario Martini, presidente della Provincia di Cuneo, mi nominò presidente dell’Acquedotto delle Langhe. Ne avevo sentito parlare poco e tanti pensavano fosse un sogno portare a termine un progetto che contava appena 100 metri di tubature realizzate nel Monregalese. Mi impegnai a fondo, perché avevo capito che l’acqua sarebbe stata la forza delle Langhe, per poter portare avanti le attività lavorative. Senza acqua cosa farebbero tante cantine? Ve lo immaginate?
Nonostante le resistenze del Genio Civile di Cuneo, delle Comunità Montane di Limone e Vernante, nel 1976 la Langa vide la prima acqua. Fu un lavoro lungo: nel 1991 finii il mio mandato e l’acqua arrivò nelle Langhe e nel Roero e fino a Canelli, per un totale di 600 km di tubature. Una grande vittoria che porto nel cuore ancora adesso: vedo questa opera come un servizio dovuto ad una comunità molto attiva. Il tutto costò 7 miliardi di vecchie Lire».

E poi sono arrivati gli 80 anni ed i 90 anni: Giacomo Oddero non si ferma mai?
«Fino a 90 anni ho portato avanti incarichi, soprattutto alla Banca Regionale Europea, per la promozione del tartufo bianco di Alba e dei formaggi della nostra Provincia. Sono molto legato alle eccellenze del territorio e, come per il vino, ho cercato di valorizzare il settore caseario cuneese con le DOP, i Consorzi, la promozione, grazie anche a persone che hanno sempre creduto nelle mie idee. Mi sono messo a servizio del territorio e qualcosa di buono lo abbiamo fatto.
Per il Tartufo Bianco d’Alba abbiamo istituito il centro studi: questa eccellenza è da preservare, studiare, sviluppare sempre di più.
La tutela c’è stata anche per le barbatelle dei nostri vitigni: la scuola Bardelli di Guarene a Vaccheria ne era un esempio. Ho cercato di aprire diverse strade nella mia vita e, se mi volto indietro, vedo che molte sono ben trafficate. La nostra terra mi ha dato tanto, ed io ho cercato di contraccambiare».

Ultima domanda: qual è il desiderio più grande di Giacomo Oddero.
«Quando si è giovani non si ha paura di nulla, quando si invecchia i ricordi iniziano a prendere il posto dell’entusiasmo ed il futuro fa più paura. Non tanto per se stessi, ma per le generazioni future. Il mio più grande desiderio è quello di vedere le eccellenze Made in Italy, ottenute e valorizzate con tanto lavoro, sempre attente e forti di fronte alla eccessiva globalizzazione ed al pericoloso miraggio del protezionismo statunitense, che speriamo non diventi reale. Gli Stati Uniti apprezzano molto i nostri prodotti che spero non vengano mai sopraffatti dalla “Legge dei grandi numeri” che qualcuno vorrebbe».